marzo 24

“Il Cammino di Alessandro.” III “Il ricovero”

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Estrazione della pietra della follia, Museo del Prado, Madrid
Estrazione della pietra della follia, Museo del Prado, Madrid

Era il maggio del 2008 quando vi fu la crisi depressiva più forte della mia vita, stetti un mese in malattia, e chiesi aiuto ad un sindacalista: non potevo più lavorare di notte.
La comprensione è dura da trovare in un ambiente di lavoro, o nel mondo in generale. Ricordo che un collega aveva diritto a tre giorni al mese di permesso retribuito perché un figlio affetto da una malattia che lo rendeva invalido, alcuni colleghi non sopportavano questo suo “privilegio”. Non riuscivano a accettare che lui stesse a casa in quei giorni: la giudicavano un’ingiustizia. Io, sempre molto carino, dissi a uno di loro che gli auguravo di aver presto un figlio con disabilità, per poter star a casa 36 giorni in più l’anno. Gli dissi che così anche lui poteva fare week end lunghi a casa…

Tornando a me, quel periodo fu davvero duro da superare, ero catatonico, non riuscivo a leggere nulla, non riuscivo a restare sveglio durante il giorno, ma neppure a dormire la notte. Pisolavo di continuo, ma non riposavo mai. Il “mio amico” sindacalista, a cui chiesi aiuto,  mi disse che mi avrebbe fatto trasferito in un reparto più tranquillo, e che non dovevo cedere. Dovevo tenere duro! Finii in un reparto in cui fra le mie mansioni vi era quella di lavorare camminando su dei tubi siti ad oltre quattro metri d’altezza senza imbragature né nulla per fermare un eventuale caduta. E io volevo morire.
Sangue. Vedevo sangue ovunque, mi immaginavo sventrato sotto una scavatrice, con i polsi tagliati, morto. Avevo incubi di continuo. Fu così che presi la decisione di farmi ricoverare in una clinica specializzata. Chiesi consiglio alla mia psichiatra e lei mi consigliò di andare alla Villa dei Tigli, a Teolo.

44 giorni duro il mio ricovero, 28 agosto – 10 ottobre 2008. 44 giorni di pianti, crisi, amicizie, litigate, terapie varie: isolamento dal mondo reale.

Era isolata la Villa dei tigli, e circondata da una collina. Quelle colline patavine che piacciono tanto a chi ama mangiare e bere in agriturismi immersi nella natura. Durante il mio ricovero conobbi decine di storie di persone che in quel luogo cercavano cura e comprensione. Vi era il ragazzo che a causa dell’uso di acidi si era bruciato il cervello e diceva di vedere targhe luminose ovunque, la ragazza vittima di violenze da parte del fidanzato caduta in depressione per questo, l’uomo che non aveva nessuno al mondo, una donna che era diventata catatonica dopo la morte del marito, le ragazze anoressiche e quelle bulimiche, gli ex alcoolizzati e ex tossicodipendente… La “fauna” dei “diversi” era vasta.

Lei era esile, camminava avanti indietro in continuo, e cercava di ripercorrere l’esatto tragitto sia all’andata che al ritorno. Centinaia di volte. Non ricordo il nome, ma le dedicai una poesia e le parlai molto, per cercare di farla smettere dal suo triste tentativo di consumarsi. Era questo lo scopo che si era prefissata camminando: consumare tutto ciò che le veniva dato da mangiare. Perché alle anoressiche, alle bulimiche e a chi soffriva di disordini alimentari veniva imposta una dieta. E lei a questa imposizione opponeva una enorme forza di autodistruzione.

La mia vita all’interno della clinica non fu però così semplice. Ci furono scontri sin dall’inizio, quando una ragazza di origine brasiliana mi importunò, e invece di esser tutelato venni accusato di esser io dalla parte del torto. La trovai distesa nel mio letto, lo segnalai, e da allora mi tormentò. Decisi, così, dopo vari scontri con alcuni membri del gruppo di terapia di isolarmi, volevo ancora fortemente morire, per cui continuare a frequentare persone che erano il cui scopo era di  distruggere sé e gli altri non era certo positivo per me. Mi chiusi in una sala e lì smanettai al pc negli intervalli liberi dalla terapia. Film in DVD, musica, scrittura, e poi amici che si unirono a me, con cui cercavo di creare un rapporto di amicizia e con cui creammo situazioni divertenti e costruttive di auto mutuo aiuto. Ricordo divertito un anziano che mi chiese da dove usciva la musica: non aveva mai visto un notebook. Fu l’inizio di un percorso che dura tuttora….

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Posted 24 marzo 2014 by Alessandro Bon in category "Il cammino di Alessandro

About the Author

Nato a Venezia nel 1975, ama dapprima la scienza, la zoologia e la chimica, finché nel 1995 scrive dopo un periodo turbolento dovuto ad un amore non ricambiato la sua prima lirica, gesto che ripeterà centinaia di volte. All'inizio della sua attività la poesia è vissuta quale valvola di sfogo, poi, decide di trasformarla in un'arte traslando nei propri versi il vissuto altrui. “Non mi sono mai sentito uno scrittore”, – dice spesso, eppure ha già pubblicato tre libri, e avuto riscontri da molti autori e critici prestigiosi. Pubblica nel 2005 il libro: “Gocce d’acqua in un mare di petrolio”, - la prima raccolta poetica, - in cui racconta la sua vita e l’esperienza della psicosi. Una poetica intrisa di dolore e disperazione, ma anche di speranza e di ricerca del "vero io". Nel 2006, dopo una grave crisi dovuta al comparire del Disturbo Bipolare, scrive il suo secondo libro: "Abbiate fede...il domani sarà meraviglioso"; un'autobiografia coraggiosa in cui racconta la sua vita e l'esperienza della psicosi. E' in quell'anno che inizia la sua collaborazione con la Fondazione Alvise Marotta onlus, dove in pochi anni diventa responsabile della redazione della neonata collana editoriale. Dal maggio 2010 collabora per un anno con il giornale on line: "La voce di Venezia", nel quale realizza e gestisce la rubrica "Protagonisti a Nord - Est". Sempre in quel periodo scrive oltre cento poesie, che nel 2010 diverranno la sua terza opera: “In una sera di novembre”. Questa raccolta è stata musicata dal Maestro Giuseppe Marotta, musicista di fama internazionale, già Direttore d’Orchestra per molti anni della “Fondazione Teatro la Fenice”. Nell’Ottobre del 2011 un suo inedito, “Anime gemelle”, è stato presentato dalla poetessa Tatiana Daniliyant alla VIII Biennale di Poesia di Mosca all’interno del progetto: “Poetic Transit Veneto – III” traduzioni di poesia contemporanea veneziana. Assieme alla lirica di Alessandro Bon l’artista Daniliyant ha presentato anche i poeti Mario Stefani, Antonella Barina e Maurizio Zanon.

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