aprile 25

Marco Pirina: “L’uomo che ha ri-scritto la storia Italiana”

Marco Pirina

“Marco Pirina e la vera storia della Guerra Civile Italiana”.

Un Ponte verso la Cultura. Di Alessandro Bon

Alessandro Bon: Buongiorno Dott. Pirina, molti dei nostri lettori non la conoscono, ma Lei chi è?
Marco Pirina:. Sono nato a Venezia nel 1943, da famiglia friulana. Sono coniugato e dopo una permanenza a Roma, ove ho svolto attività di Dirigente Industriale dal 1982, risiedo a Pordenone, dove nel 1988 ho fondato il Centro Studi e Ricerche Storiche “Silentes Loquimur”, che dal 2008, è inserito al 1° posto nella Tabella degli Istituti Storici di “notevole interesse regionale” dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e gode dal 2009 del Patrocinio della Regione Veneto, per le ricerche storiche sulle vicende delle foibe e dell’esodo dell’Istria, Venezia Giulia e Dalmazia.

A.B. Fuori dai denti, ma si diverte a far arrabbiare la sinistra?
M.P. Le mie ricerche, il recupero degli infoibati nel Bus de La Lum, del 12.5.1992, i miei 25 libri, hanno rotto il silenzio dei vivi ed il conformismo ipocrita di una storia di parte, scritta con la penna dei “vincitori”, negazionista, non solo della Verità ma anche del concetto della Libertà e del rispetto della memoria e della vita di uomini e donne che rappresentano la Storia vissuta e subita. Se qualcuno si arrabbia, si riconosca nel suo ruolo di vestale del silenzio e conquisti la sua libertà, che io ho come principio di vita nel rispetto della libertà e della memoria altrui.

A.B. Lei parla di Foibe o di Fobia di un Paese di conoscere la propria storia?
M.P. In Italia esiste una “fobia” diffusa nell’affrontare il proprio passato. Il silenzio ed il negazionismo non pagano mai, ma anzi rigenerano i semi dell’odio e dell’intolleranza.

A.B. Lei afferma che Tito avrebbe potuto avere il Triveneto dai Partigiani Rossi in cambio di aiuto nella Rivoluzione, ha delle prove?
M.P. L’accordo tra PCI e PCJ e SLOVENO, per la conquista dei territori da sempre Istroveneti,giuliani,friulani e veneti, risale al 1933,quindi non legato all’invasione della Jugoslava da parte italiana del 1941. Dopo il luglio del 1944, con l’accordo del CLNAI, i partigiani garibaldini, in unità con il IX Corpus Sloveno operarono per l’annessione di terre istrovenete, friulane e venete al comunismo internazionalista di Stalin, che aveva il suo rappresentante,allora,sul confine orientale in Tito.(“Abbiamo lottato insieme” di G.Padoan)

Monumento Bus de la LumA.B. In questi giorni si è parlato delle vittime del Terrorismo, ma il suo nome era in qualche taccuino?
M.P. Non sono a conoscenza se il mio nome sia presente nei taccuini del terrorismo, come persona scomoda. Certo lo sono nei taccuini di quelli che mi hanno minacciato di morte, di coloro che per centinaia di volte mi hanno perseguitato di notte e di giorno con i loro deliranti messaggi di odio e di coloro che si nascondono dietro l’anonimato dei siti negazionisti, per gettare fango sulle mie ricerche, difendendo crimini e criminali ed una ideologia morta e finita, come le altre ideologie dittatoriali di segno opposto, pateticamente legati ad un mito che ha prodotto solo odio e sangue.

A.B. Ma come facciamo a comprare uno dei libri che la sua Associazione produce?
M.P. miei libri sono scomodi, per tutte queste ragioni. Chi avesse difficoltà a trovarli può chiamarmi al mio ufficio 0434 554230 o dopo avere consultato il ns. sito www.silentesloquimur.it facendo una e.mail a libri@silentesloquimur.it
Come vedete noi non ci nascondiamo, siamo e ci consideriamo sul fronte della Libertà e per la Libertà.

Alessandro Bon

aprile 19

“Il Cammino di Alessandro.” V “Sosta forzata”

Norvz Austria

Uscire dalla clinica non fu facile, non fu come varcare una qualsivoglia porta e rientrare nella realtà, ma significò riprendere a vivere nella realtà, senza più essere circondato da “simili” e da un recinto ben definito. Ma  “Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo. (Ecclesiaste 3.1)”, ed era arrivato anche il tempo di tornare a vivere e riaffrontare il mondo reale.

Il 10 ottobre 2008 si concluse un ciclo della mia vita, i 44 giorni più intensi sin a quel momento vissuti, forse fra i giorni che segnarono di più la mia coscienza e il mio modo di percepire il mondo. Avevo fatto le valigie, ed ero pronto ad andarmene dalla mia stanza, l’ultimo saluto prima di lasciarla per sempre. Varcai la soglia e venni circondato dalle mie amiche, dalle mie compagne di viaggio: Federica, Enrica, Maria, Teresa, ed altri mi abbracciarono e mi riempirono d’amore.
Enrica mi abbraccio così forte che mi fece quasi male, e mi disse che ero la persona migliore che avesse mai conosciuto, piangendo e dicendomi grazie. Grazie anche a Maria, e a me, aveva superato il black out della sua psiche. Mi sentivo disorientato da quell’affetto, da quell’amore espresso da così tante persone. E i miei genitori guardavano a questa scena commossi. Salutai tutti, e poi andai dal mio compagno di stanza, gli regalai un libro, “Agrodolce” di Mauro Corona, e “minacciai” di “picchiarlo” se non sarebbe uscito di casa più spesso una volta tornato fra le sue montagne. Salutai le infermiere, le Oss, i Dottori, la barista del piano terra, che mi offrì l’ultimo caffè, e varcai la soglia che mi riportava nella realtà…

Ero talmente intontito dai farmaci che non riuscivo a far nulla, dormivo sempre, mi svegliavo tardi e poi andavo a fare volontariato, e così passai il mio 2009 condizionato dal seroquel, uno psicofarmaco che preso la sera mi rimbambiva per tutto il giorno seguente. Non avevo aspettative, non avevo lavoro, e non riuscivo a trovare la forza di cercarlo. Come avrei potuto lavorare se letteralmente dormivo in piedi? Come avrei potuto concentrarmi se non avevo più forze da spendere. Ero caduto di nuovo, e iniziavo ad avere paura. Ma più di me avevano paura i miei genitori che continuavano a misurarmi con i loro mezzi culturali.

C’era un aspetto positivo nella mia vita in quel periodo, ero in cassa integrazione, e questo mi permetteva di avere molto tempo per me, voleva dire più tempo da dedicare alla mia salute mentale e psichica, voleva dire avere un reddito pur non lavorando. Senza questa crisi io sarei senz’altro morto.

Non potevo più guidare, soprattutto la sera avevo paura della strada, la vista mi si offuscava e venivo preso dal panico, fu così che persi i contatti con gli amici, e che cominciai a capire di non avere veri amici. Ero sempre a casa da solo, e se non ero io a uscire nessuno veniva a trovarmi di sua iniziativa. Venti, trenta chilometri erano diventati incredibilmente lunghi da percorrere per raggiungermi. Magari per andare a mangiare fuori no, ma per dedicarli ad un amico in difficoltà erano immensi.

Finì, il 2009, finì il 2010. Miglioravo, ma ero fermo, anche se dentro me stava cambiando tutto, ma io non me ne accorgevo.

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aprile 13

“Il Cammino di Alessandro.” IV “Tante storie, tante verità”

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petaliEra il decimo giorno di ricovero, quando decisi di fermarmi per rifugiarmi in me stesso. I troppi attriti con gli altri pazienti della Clinica Psichiatrica mi stavano distruggendo, e io decisi di frequentare solo chi mi avrebbe potuto dare serenità, e la cui presenza sarebbe stata per entrambi benefica. Vi era in fondo al mio reparto una stanza gialla con otto tavoli, sempre illuminata dal sole e che era poco frequentata: decisi che quel luogo sarebbe diventato il mio rifugio. Chiesi ai miei genitori di portarmi il pc, che non poteva esser collegato ad internet, per poter mettere giù su “carta” un po’ di pensieri e rivivere, descrivendole, le mie sensazioni. Nella stanzetta arrivarono anche Maria ed Erica.
Maria era lì dopo perché aveva subito mobbing al lavoro, Enrica, invece, aveva una storia terribile alle spalle e dopo l’ennesima delusione era andata in tilt e non riusciva a far altro che a ripeteva tutto il giorno la stessa frase: “Ma lui mi lascerà? Secondo te mi ama?”, e me lo chiedeva almeno 40 volte al giorno. E io non la sopportavo! Poi, un giorno ho capito chi era, una “farfalla bagnata” e mi  raccontò la sua storia e io capii il suo dolore. Abbandonata dai genitori, sola al mondo pur avendo due fratelli, si era sposata e suo marito, dopo anni di matrimonio, aveva vinto una cifra considerevole e con questa era fuggito, lasciandola al suo destino.

Fu allora che io e Maria adottammo Enrica e  decidemmo di passare più tempo possibile con lei. Ma era soprattutto Maria a prendersi cura di lei. Le facevamo fare esercizi ginnici, e scrivere un diario, con le sue sensazioni e emozioni. Questo, poi glielo facevamo leggere a voce alta e ne discutevamo. La incoraggiavamo e la coccolavamo. E lei pian piano sembrava rialzarsi. Da Maria imparai a ridere di me stesso, da Enrica a piangere.

Lui era abbastanza alto, un metro ottanta, era grosso e aveva un pugno incredibilmente grande, aveva fatto pugilato per anni, poi d’improvviso si raggomitolava su sé stesso e piangeva come un bambino, o forse era più simile al gigante di pietra che ne “La storia infinita” aveva perso il figlio. In effetti lui aveva perso tutto, la madre era morta, era stato licenziato, la moglie gli aveva portato via la figlia. E lui non riusciva ad alzarsi più, non riusciva a reagire. E piangeva. E malgrado la stazza imponente faceva tenerezza.

Era bellissima Elena, cantava da dio, era meridionale, aveva la pelle olivastra e gli occhi che mi facevano battere il cuore. Era una fatina, dolce ma forte di carattere e io decisi di corteggiarla. Fu così che iniziai a scriverle a mano lettere d’amore, dolcissime, a cui lei rispondeva abbracciandomi e cercando sempre di più la mia compagnia. Aspettavo che fosse sola in camera, e le facevo passare sotto la porta quella lettera d’amore. Diventammo amici, seriamente amici, e la sera prima che se ne andasse la baciai. Lei in punta di piedi teneva una mano sulla mia spalla e con l’altra mi accarezzava la schiena, lasciandosi trasportare, io fremevo e mi godevo quel momento infinito che dava un senso alla mia intera vita.

Occhi neri, scavati dal sonno, occhiaie che le deturpavano il volto, bionda, ma appassita, forse per sempre, parlava sempre con un esile uomo rosso di capelli e molto discreto: erano gli alcoolizzati. La prima volta che li vidi sentii odio ed indignazione, Artist   Alex Bogomilovsgorgare dal mio cuore. Erano “brutti e sporchi” erano la “feccia” della società, così mi era stato insegnato. E io li evitavo. Poi, un giorno, facendo Arte Terapia, la donna bionda raccontò di esser stata sposata a un uomo bellissimo, colto e pieno di interessi, che le aveva riempito talmente tanto la vita e il cuore che al momento della sua morte non aveva resistito ed era caduta in depressione. Disegnava divinamente, e mentre ci mostrava i suoi capolavori gli occhi perdevano le occhiaie, e tornavano giovani. E tornava umana.

Il ragazzo “rosso” disegnò una palma nel deserto, seduto sotto a questa si fece l’autoritratto mentre era intento a pescare nella sabbia. “C’è sempre una speranza, c’è sempre qualcosa di bello da trovare”. Lo descrisse così il suo disegno  io non potei che abbracciarlo, e riempirlo di affetto ringraziandolo della sua grande anima e della gioia che mi aveva dato producendo quel piccolo capolavoro. A lui dedicai una poesia, a loro devo l’amore per chi sbaglia.

Stefania aveva un piccolo ritardo mentale, ma sarebbe stata lì per poco perché avendo bevuto  25 al giorno si era ammalata, e ora le mani le tremavano forte. Aveva 42 anni, ma essendo androgina e piccolina ne dimostrava molti meno, andava in bagno e lasciava la porta aperta: “il papà ha paura che mi faccia male se resto da sola!” diceva, e io passando per il corridoio e le gridavo: “La porta!” e lei usciva dal bagno correndo per chiuderla. Mi ricordava tanto il conigli di “Alice nel paese delle meraviglie” quando lo si vede correre perché è tardi. Scusandosi mi diceva: “Hai ragione mi hai detto che le donne chiudono la porta!” Le regalai un giorno una scheda telefonica da 5 € e le feci promettere di non telefonare troppo a casa, lo faceva anche 25 – 30 volte al giorno, e il papà, che era in sedia a rotelle, non poteva correre sempre a risponderle. Mi abbracciò: era un piccolo gesto in un ospedale di matti in cui veniva derisa perché era “diversa”.

Barba bianca da montanaro, come il nonno di Heidi, ma era magro e alto, sempre imbronciato e chiuso. Era il mio compagno di stanza, aveva 30 anni più di me e io temevo che mi avrebbe dato noia stare così tanto tempo con un uomo così maturo. Lui fu il mio “eroe”, mi adottò, e io adottai lui. Una sera una ragazza brasiliana gli chiese se voleva tagliarsi i capelli. Lui accettò, ma lei con una sforbiciata gli tagliò via parte della barba: che affronto per un montanaro! Anni di barba buttati via. Eppure non si arrabbiò. Da lui imparai la modestia, il saper ascoltare, l’essere puro e amare in silenzio.

Ci sono tante storie da raccontare, tanti motivi per cadere in un luogo così, ma ci sono tante persone che hanno solo bisogno d’amore. E io lì l’ho imparato

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