aprile 13

“Il Cammino di Alessandro.” IV “Tante storie, tante verità”

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petaliEra il decimo giorno di ricovero, quando decisi di fermarmi per rifugiarmi in me stesso. I troppi attriti con gli altri pazienti della Clinica Psichiatrica mi stavano distruggendo, e io decisi di frequentare solo chi mi avrebbe potuto dare serenità, e la cui presenza sarebbe stata per entrambi benefica. Vi era in fondo al mio reparto una stanza gialla con otto tavoli, sempre illuminata dal sole e che era poco frequentata: decisi che quel luogo sarebbe diventato il mio rifugio. Chiesi ai miei genitori di portarmi il pc, che non poteva esser collegato ad internet, per poter mettere giù su “carta” un po’ di pensieri e rivivere, descrivendole, le mie sensazioni. Nella stanzetta arrivarono anche Maria ed Erica.
Maria era lì dopo perché aveva subito mobbing al lavoro, Enrica, invece, aveva una storia terribile alle spalle e dopo l’ennesima delusione era andata in tilt e non riusciva a far altro che a ripeteva tutto il giorno la stessa frase: “Ma lui mi lascerà? Secondo te mi ama?”, e me lo chiedeva almeno 40 volte al giorno. E io non la sopportavo! Poi, un giorno ho capito chi era, una “farfalla bagnata” e mi  raccontò la sua storia e io capii il suo dolore. Abbandonata dai genitori, sola al mondo pur avendo due fratelli, si era sposata e suo marito, dopo anni di matrimonio, aveva vinto una cifra considerevole e con questa era fuggito, lasciandola al suo destino.

Fu allora che io e Maria adottammo Enrica e  decidemmo di passare più tempo possibile con lei. Ma era soprattutto Maria a prendersi cura di lei. Le facevamo fare esercizi ginnici, e scrivere un diario, con le sue sensazioni e emozioni. Questo, poi glielo facevamo leggere a voce alta e ne discutevamo. La incoraggiavamo e la coccolavamo. E lei pian piano sembrava rialzarsi. Da Maria imparai a ridere di me stesso, da Enrica a piangere.

Lui era abbastanza alto, un metro ottanta, era grosso e aveva un pugno incredibilmente grande, aveva fatto pugilato per anni, poi d’improvviso si raggomitolava su sé stesso e piangeva come un bambino, o forse era più simile al gigante di pietra che ne “La storia infinita” aveva perso il figlio. In effetti lui aveva perso tutto, la madre era morta, era stato licenziato, la moglie gli aveva portato via la figlia. E lui non riusciva ad alzarsi più, non riusciva a reagire. E piangeva. E malgrado la stazza imponente faceva tenerezza.

Era bellissima Elena, cantava da dio, era meridionale, aveva la pelle olivastra e gli occhi che mi facevano battere il cuore. Era una fatina, dolce ma forte di carattere e io decisi di corteggiarla. Fu così che iniziai a scriverle a mano lettere d’amore, dolcissime, a cui lei rispondeva abbracciandomi e cercando sempre di più la mia compagnia. Aspettavo che fosse sola in camera, e le facevo passare sotto la porta quella lettera d’amore. Diventammo amici, seriamente amici, e la sera prima che se ne andasse la baciai. Lei in punta di piedi teneva una mano sulla mia spalla e con l’altra mi accarezzava la schiena, lasciandosi trasportare, io fremevo e mi godevo quel momento infinito che dava un senso alla mia intera vita.

Occhi neri, scavati dal sonno, occhiaie che le deturpavano il volto, bionda, ma appassita, forse per sempre, parlava sempre con un esile uomo rosso di capelli e molto discreto: erano gli alcoolizzati. La prima volta che li vidi sentii odio ed indignazione, Artist   Alex Bogomilovsgorgare dal mio cuore. Erano “brutti e sporchi” erano la “feccia” della società, così mi era stato insegnato. E io li evitavo. Poi, un giorno, facendo Arte Terapia, la donna bionda raccontò di esser stata sposata a un uomo bellissimo, colto e pieno di interessi, che le aveva riempito talmente tanto la vita e il cuore che al momento della sua morte non aveva resistito ed era caduta in depressione. Disegnava divinamente, e mentre ci mostrava i suoi capolavori gli occhi perdevano le occhiaie, e tornavano giovani. E tornava umana.

Il ragazzo “rosso” disegnò una palma nel deserto, seduto sotto a questa si fece l’autoritratto mentre era intento a pescare nella sabbia. “C’è sempre una speranza, c’è sempre qualcosa di bello da trovare”. Lo descrisse così il suo disegno  io non potei che abbracciarlo, e riempirlo di affetto ringraziandolo della sua grande anima e della gioia che mi aveva dato producendo quel piccolo capolavoro. A lui dedicai una poesia, a loro devo l’amore per chi sbaglia.

Stefania aveva un piccolo ritardo mentale, ma sarebbe stata lì per poco perché avendo bevuto  25 al giorno si era ammalata, e ora le mani le tremavano forte. Aveva 42 anni, ma essendo androgina e piccolina ne dimostrava molti meno, andava in bagno e lasciava la porta aperta: “il papà ha paura che mi faccia male se resto da sola!” diceva, e io passando per il corridoio e le gridavo: “La porta!” e lei usciva dal bagno correndo per chiuderla. Mi ricordava tanto il conigli di “Alice nel paese delle meraviglie” quando lo si vede correre perché è tardi. Scusandosi mi diceva: “Hai ragione mi hai detto che le donne chiudono la porta!” Le regalai un giorno una scheda telefonica da 5 € e le feci promettere di non telefonare troppo a casa, lo faceva anche 25 – 30 volte al giorno, e il papà, che era in sedia a rotelle, non poteva correre sempre a risponderle. Mi abbracciò: era un piccolo gesto in un ospedale di matti in cui veniva derisa perché era “diversa”.

Barba bianca da montanaro, come il nonno di Heidi, ma era magro e alto, sempre imbronciato e chiuso. Era il mio compagno di stanza, aveva 30 anni più di me e io temevo che mi avrebbe dato noia stare così tanto tempo con un uomo così maturo. Lui fu il mio “eroe”, mi adottò, e io adottai lui. Una sera una ragazza brasiliana gli chiese se voleva tagliarsi i capelli. Lui accettò, ma lei con una sforbiciata gli tagliò via parte della barba: che affronto per un montanaro! Anni di barba buttati via. Eppure non si arrabbiò. Da lui imparai la modestia, il saper ascoltare, l’essere puro e amare in silenzio.

Ci sono tante storie da raccontare, tanti motivi per cadere in un luogo così, ma ci sono tante persone che hanno solo bisogno d’amore. E io lì l’ho imparato

Rileggi l’intero racconto

 


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Posted 13 aprile 2014 by Alessandro Bon in category "Il cammino di Alessandro

About the Author

Nato a Venezia nel 1975, ama dapprima la scienza, la zoologia e la chimica, finché nel 1995 scrive dopo un periodo turbolento dovuto ad un amore non ricambiato la sua prima lirica, gesto che ripeterà centinaia di volte. All'inizio della sua attività la poesia è vissuta quale valvola di sfogo, poi, decide di trasformarla in un'arte traslando nei propri versi il vissuto altrui. “Non mi sono mai sentito uno scrittore”, – dice spesso, eppure ha già pubblicato tre libri, e avuto riscontri da molti autori e critici prestigiosi. Pubblica nel 2005 il libro: “Gocce d’acqua in un mare di petrolio”, - la prima raccolta poetica, - in cui racconta la sua vita e l’esperienza della psicosi. Una poetica intrisa di dolore e disperazione, ma anche di speranza e di ricerca del "vero io". Nel 2006, dopo una grave crisi dovuta al comparire del Disturbo Bipolare, scrive il suo secondo libro: "Abbiate fede...il domani sarà meraviglioso"; un'autobiografia coraggiosa in cui racconta la sua vita e l'esperienza della psicosi. E' in quell'anno che inizia la sua collaborazione con la Fondazione Alvise Marotta onlus, dove in pochi anni diventa responsabile della redazione della neonata collana editoriale. Dal maggio 2010 collabora per un anno con il giornale on line: "La voce di Venezia", nel quale realizza e gestisce la rubrica "Protagonisti a Nord - Est". Sempre in quel periodo scrive oltre cento poesie, che nel 2010 diverranno la sua terza opera: “In una sera di novembre”. Questa raccolta è stata musicata dal Maestro Giuseppe Marotta, musicista di fama internazionale, già Direttore d’Orchestra per molti anni della “Fondazione Teatro la Fenice”. Nell’Ottobre del 2011 un suo inedito, “Anime gemelle”, è stato presentato dalla poetessa Tatiana Daniliyant alla VIII Biennale di Poesia di Mosca all’interno del progetto: “Poetic Transit Veneto – III” traduzioni di poesia contemporanea veneziana. Assieme alla lirica di Alessandro Bon l’artista Daniliyant ha presentato anche i poeti Mario Stefani, Antonella Barina e Maurizio Zanon.

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