aprile 19

“Il Cammino di Alessandro.” V “Sosta forzata”

Norvz Austria

Uscire dalla clinica non fu facile, non fu come varcare una qualsivoglia porta e rientrare nella realtà, ma significò riprendere a vivere nella realtà, senza più essere circondato da “simili” e da un recinto ben definito. Ma  “Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo. (Ecclesiaste 3.1)”, ed era arrivato anche il tempo di tornare a vivere e riaffrontare il mondo reale.

Il 10 ottobre 2008 si concluse un ciclo della mia vita, i 44 giorni più intensi sin a quel momento vissuti, forse fra i giorni che segnarono di più la mia coscienza e il mio modo di percepire il mondo. Avevo fatto le valigie, ed ero pronto ad andarmene dalla mia stanza, l’ultimo saluto prima di lasciarla per sempre. Varcai la soglia e venni circondato dalle mie amiche, dalle mie compagne di viaggio: Federica, Enrica, Maria, Teresa, ed altri mi abbracciarono e mi riempirono d’amore.
Enrica mi abbraccio così forte che mi fece quasi male, e mi disse che ero la persona migliore che avesse mai conosciuto, piangendo e dicendomi grazie. Grazie anche a Maria, e a me, aveva superato il black out della sua psiche. Mi sentivo disorientato da quell’affetto, da quell’amore espresso da così tante persone. E i miei genitori guardavano a questa scena commossi. Salutai tutti, e poi andai dal mio compagno di stanza, gli regalai un libro, “Agrodolce” di Mauro Corona, e “minacciai” di “picchiarlo” se non sarebbe uscito di casa più spesso una volta tornato fra le sue montagne. Salutai le infermiere, le Oss, i Dottori, la barista del piano terra, che mi offrì l’ultimo caffè, e varcai la soglia che mi riportava nella realtà…

Ero talmente intontito dai farmaci che non riuscivo a far nulla, dormivo sempre, mi svegliavo tardi e poi andavo a fare volontariato, e così passai il mio 2009 condizionato dal seroquel, uno psicofarmaco che preso la sera mi rimbambiva per tutto il giorno seguente. Non avevo aspettative, non avevo lavoro, e non riuscivo a trovare la forza di cercarlo. Come avrei potuto lavorare se letteralmente dormivo in piedi? Come avrei potuto concentrarmi se non avevo più forze da spendere. Ero caduto di nuovo, e iniziavo ad avere paura. Ma più di me avevano paura i miei genitori che continuavano a misurarmi con i loro mezzi culturali.

C’era un aspetto positivo nella mia vita in quel periodo, ero in cassa integrazione, e questo mi permetteva di avere molto tempo per me, voleva dire più tempo da dedicare alla mia salute mentale e psichica, voleva dire avere un reddito pur non lavorando. Senza questa crisi io sarei senz’altro morto.

Non potevo più guidare, soprattutto la sera avevo paura della strada, la vista mi si offuscava e venivo preso dal panico, fu così che persi i contatti con gli amici, e che cominciai a capire di non avere veri amici. Ero sempre a casa da solo, e se non ero io a uscire nessuno veniva a trovarmi di sua iniziativa. Venti, trenta chilometri erano diventati incredibilmente lunghi da percorrere per raggiungermi. Magari per andare a mangiare fuori no, ma per dedicarli ad un amico in difficoltà erano immensi.

Finì, il 2009, finì il 2010. Miglioravo, ma ero fermo, anche se dentro me stava cambiando tutto, ma io non me ne accorgevo.

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aprile 13

“Il Cammino di Alessandro.” IV “Tante storie, tante verità”

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petaliEra il decimo giorno di ricovero, quando decisi di fermarmi per rifugiarmi in me stesso. I troppi attriti con gli altri pazienti della Clinica Psichiatrica mi stavano distruggendo, e io decisi di frequentare solo chi mi avrebbe potuto dare serenità, e la cui presenza sarebbe stata per entrambi benefica. Vi era in fondo al mio reparto una stanza gialla con otto tavoli, sempre illuminata dal sole e che era poco frequentata: decisi che quel luogo sarebbe diventato il mio rifugio. Chiesi ai miei genitori di portarmi il pc, che non poteva esser collegato ad internet, per poter mettere giù su “carta” un po’ di pensieri e rivivere, descrivendole, le mie sensazioni. Nella stanzetta arrivarono anche Maria ed Erica.
Maria era lì dopo perché aveva subito mobbing al lavoro, Enrica, invece, aveva una storia terribile alle spalle e dopo l’ennesima delusione era andata in tilt e non riusciva a far altro che a ripeteva tutto il giorno la stessa frase: “Ma lui mi lascerà? Secondo te mi ama?”, e me lo chiedeva almeno 40 volte al giorno. E io non la sopportavo! Poi, un giorno ho capito chi era, una “farfalla bagnata” e mi  raccontò la sua storia e io capii il suo dolore. Abbandonata dai genitori, sola al mondo pur avendo due fratelli, si era sposata e suo marito, dopo anni di matrimonio, aveva vinto una cifra considerevole e con questa era fuggito, lasciandola al suo destino.

Fu allora che io e Maria adottammo Enrica e  decidemmo di passare più tempo possibile con lei. Ma era soprattutto Maria a prendersi cura di lei. Le facevamo fare esercizi ginnici, e scrivere un diario, con le sue sensazioni e emozioni. Questo, poi glielo facevamo leggere a voce alta e ne discutevamo. La incoraggiavamo e la coccolavamo. E lei pian piano sembrava rialzarsi. Da Maria imparai a ridere di me stesso, da Enrica a piangere.

Lui era abbastanza alto, un metro ottanta, era grosso e aveva un pugno incredibilmente grande, aveva fatto pugilato per anni, poi d’improvviso si raggomitolava su sé stesso e piangeva come un bambino, o forse era più simile al gigante di pietra che ne “La storia infinita” aveva perso il figlio. In effetti lui aveva perso tutto, la madre era morta, era stato licenziato, la moglie gli aveva portato via la figlia. E lui non riusciva ad alzarsi più, non riusciva a reagire. E piangeva. E malgrado la stazza imponente faceva tenerezza.

Era bellissima Elena, cantava da dio, era meridionale, aveva la pelle olivastra e gli occhi che mi facevano battere il cuore. Era una fatina, dolce ma forte di carattere e io decisi di corteggiarla. Fu così che iniziai a scriverle a mano lettere d’amore, dolcissime, a cui lei rispondeva abbracciandomi e cercando sempre di più la mia compagnia. Aspettavo che fosse sola in camera, e le facevo passare sotto la porta quella lettera d’amore. Diventammo amici, seriamente amici, e la sera prima che se ne andasse la baciai. Lei in punta di piedi teneva una mano sulla mia spalla e con l’altra mi accarezzava la schiena, lasciandosi trasportare, io fremevo e mi godevo quel momento infinito che dava un senso alla mia intera vita.

Occhi neri, scavati dal sonno, occhiaie che le deturpavano il volto, bionda, ma appassita, forse per sempre, parlava sempre con un esile uomo rosso di capelli e molto discreto: erano gli alcoolizzati. La prima volta che li vidi sentii odio ed indignazione, Artist   Alex Bogomilovsgorgare dal mio cuore. Erano “brutti e sporchi” erano la “feccia” della società, così mi era stato insegnato. E io li evitavo. Poi, un giorno, facendo Arte Terapia, la donna bionda raccontò di esser stata sposata a un uomo bellissimo, colto e pieno di interessi, che le aveva riempito talmente tanto la vita e il cuore che al momento della sua morte non aveva resistito ed era caduta in depressione. Disegnava divinamente, e mentre ci mostrava i suoi capolavori gli occhi perdevano le occhiaie, e tornavano giovani. E tornava umana.

Il ragazzo “rosso” disegnò una palma nel deserto, seduto sotto a questa si fece l’autoritratto mentre era intento a pescare nella sabbia. “C’è sempre una speranza, c’è sempre qualcosa di bello da trovare”. Lo descrisse così il suo disegno  io non potei che abbracciarlo, e riempirlo di affetto ringraziandolo della sua grande anima e della gioia che mi aveva dato producendo quel piccolo capolavoro. A lui dedicai una poesia, a loro devo l’amore per chi sbaglia.

Stefania aveva un piccolo ritardo mentale, ma sarebbe stata lì per poco perché avendo bevuto  25 al giorno si era ammalata, e ora le mani le tremavano forte. Aveva 42 anni, ma essendo androgina e piccolina ne dimostrava molti meno, andava in bagno e lasciava la porta aperta: “il papà ha paura che mi faccia male se resto da sola!” diceva, e io passando per il corridoio e le gridavo: “La porta!” e lei usciva dal bagno correndo per chiuderla. Mi ricordava tanto il conigli di “Alice nel paese delle meraviglie” quando lo si vede correre perché è tardi. Scusandosi mi diceva: “Hai ragione mi hai detto che le donne chiudono la porta!” Le regalai un giorno una scheda telefonica da 5 € e le feci promettere di non telefonare troppo a casa, lo faceva anche 25 – 30 volte al giorno, e il papà, che era in sedia a rotelle, non poteva correre sempre a risponderle. Mi abbracciò: era un piccolo gesto in un ospedale di matti in cui veniva derisa perché era “diversa”.

Barba bianca da montanaro, come il nonno di Heidi, ma era magro e alto, sempre imbronciato e chiuso. Era il mio compagno di stanza, aveva 30 anni più di me e io temevo che mi avrebbe dato noia stare così tanto tempo con un uomo così maturo. Lui fu il mio “eroe”, mi adottò, e io adottai lui. Una sera una ragazza brasiliana gli chiese se voleva tagliarsi i capelli. Lui accettò, ma lei con una sforbiciata gli tagliò via parte della barba: che affronto per un montanaro! Anni di barba buttati via. Eppure non si arrabbiò. Da lui imparai la modestia, il saper ascoltare, l’essere puro e amare in silenzio.

Ci sono tante storie da raccontare, tanti motivi per cadere in un luogo così, ma ci sono tante persone che hanno solo bisogno d’amore. E io lì l’ho imparato

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marzo 24

“Il Cammino di Alessandro.” III “Il ricovero”

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Estrazione della pietra della follia, Museo del Prado, Madrid
Estrazione della pietra della follia, Museo del Prado, Madrid

Era il maggio del 2008 quando vi fu la crisi depressiva più forte della mia vita, stetti un mese in malattia, e chiesi aiuto ad un sindacalista: non potevo più lavorare di notte.
La comprensione è dura da trovare in un ambiente di lavoro, o nel mondo in generale. Ricordo che un collega aveva diritto a tre giorni al mese di permesso retribuito perché un figlio affetto da una malattia che lo rendeva invalido, alcuni colleghi non sopportavano questo suo “privilegio”. Non riuscivano a accettare che lui stesse a casa in quei giorni: la giudicavano un’ingiustizia. Io, sempre molto carino, dissi a uno di loro che gli auguravo di aver presto un figlio con disabilità, per poter star a casa 36 giorni in più l’anno. Gli dissi che così anche lui poteva fare week end lunghi a casa…

Tornando a me, quel periodo fu davvero duro da superare, ero catatonico, non riuscivo a leggere nulla, non riuscivo a restare sveglio durante il giorno, ma neppure a dormire la notte. Pisolavo di continuo, ma non riposavo mai. Il “mio amico” sindacalista, a cui chiesi aiuto,  mi disse che mi avrebbe fatto trasferito in un reparto più tranquillo, e che non dovevo cedere. Dovevo tenere duro! Finii in un reparto in cui fra le mie mansioni vi era quella di lavorare camminando su dei tubi siti ad oltre quattro metri d’altezza senza imbragature né nulla per fermare un eventuale caduta. E io volevo morire.
Sangue. Vedevo sangue ovunque, mi immaginavo sventrato sotto una scavatrice, con i polsi tagliati, morto. Avevo incubi di continuo. Fu così che presi la decisione di farmi ricoverare in una clinica specializzata. Chiesi consiglio alla mia psichiatra e lei mi consigliò di andare alla Villa dei Tigli, a Teolo.

44 giorni duro il mio ricovero, 28 agosto – 10 ottobre 2008. 44 giorni di pianti, crisi, amicizie, litigate, terapie varie: isolamento dal mondo reale.

Era isolata la Villa dei tigli, e circondata da una collina. Quelle colline patavine che piacciono tanto a chi ama mangiare e bere in agriturismi immersi nella natura. Durante il mio ricovero conobbi decine di storie di persone che in quel luogo cercavano cura e comprensione. Vi era il ragazzo che a causa dell’uso di acidi si era bruciato il cervello e diceva di vedere targhe luminose ovunque, la ragazza vittima di violenze da parte del fidanzato caduta in depressione per questo, l’uomo che non aveva nessuno al mondo, una donna che era diventata catatonica dopo la morte del marito, le ragazze anoressiche e quelle bulimiche, gli ex alcoolizzati e ex tossicodipendente… La “fauna” dei “diversi” era vasta.

Lei era esile, camminava avanti indietro in continuo, e cercava di ripercorrere l’esatto tragitto sia all’andata che al ritorno. Centinaia di volte. Non ricordo il nome, ma le dedicai una poesia e le parlai molto, per cercare di farla smettere dal suo triste tentativo di consumarsi. Era questo lo scopo che si era prefissata camminando: consumare tutto ciò che le veniva dato da mangiare. Perché alle anoressiche, alle bulimiche e a chi soffriva di disordini alimentari veniva imposta una dieta. E lei a questa imposizione opponeva una enorme forza di autodistruzione.

La mia vita all’interno della clinica non fu però così semplice. Ci furono scontri sin dall’inizio, quando una ragazza di origine brasiliana mi importunò, e invece di esser tutelato venni accusato di esser io dalla parte del torto. La trovai distesa nel mio letto, lo segnalai, e da allora mi tormentò. Decisi, così, dopo vari scontri con alcuni membri del gruppo di terapia di isolarmi, volevo ancora fortemente morire, per cui continuare a frequentare persone che erano il cui scopo era di  distruggere sé e gli altri non era certo positivo per me. Mi chiusi in una sala e lì smanettai al pc negli intervalli liberi dalla terapia. Film in DVD, musica, scrittura, e poi amici che si unirono a me, con cui cercavo di creare un rapporto di amicizia e con cui creammo situazioni divertenti e costruttive di auto mutuo aiuto. Ricordo divertito un anziano che mi chiese da dove usciva la musica: non aveva mai visto un notebook. Fu l’inizio di un percorso che dura tuttora….

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marzo 22

“Il Cammino di Alessandro.” Parte II “La malattia”

Foglia d'Autunno

Non ero mai uscito molto di casa, avevo paura di guidare, e restare in un luogo pubblico frequentato da molte persone a me sembrava una sfida, ero vergine, e odiavo vivere. Avevo 27 anni  e non sapevo cosa volevo, né chi ero. Era il 2002, il settembre, e da 12 anni soffrivo di depressione. In quel periodo ebbi l’occasione di cambiare lavoro, di crescere professionalmente. Decisi di accettare la proposta che mi venne fatta, ma questo cambiamento di lavoro e di stile di vita portò grandi cambiamenti in me, nella mia psiche.

La depressione si evolvé in una nuova forma di disagio. Provavo sensazioni che fino a quel momento io non avevo mai percepito. Alla sera quando me ne stavo disteso a letto avevo la percezione che tutto girasse, sembrava che le pareti di casa si piegassero su di me. Ricordo anche lo spaesamento che i miei provavano nel vedermi così. Non sapevano ” a che santo votarsi” per potermi capire. Smisi di dormire, o meglio, dormivo per una mezzora a notte. Spesso fra le 4:30 e le 5:20 quando mio padre di alzava dal letto per andare a lavorare a Murano. Passavo l’intera notte seduto in poltrona, o disteso sul divano a guardare la TV, sperando che prima  o poi Morfeo si decidesse a farmi cadere nel meritato riposo. Dalla fine del 2002 al 2006 durò questo mio travaglio notturno. Quasi quattro anni di notti perse a pensare, a sperare di prender sonno, a guardare i telefilm più stupidi o le repliche della vecchie serie. Non ho mai capito come facessi a lavorare il giorno dopo.   Tornavo a casa alle 18:00, e correvo in camera mia a coricarmi, sperando di poter riposare un po’. Giusto il tempo di arrivare all’ora di cena, per aspettare di nuovo l’alba per addormentarmi. Cominciarono in quel periodo le manie di grandezza, i crolli d’umore improvvisi, il perdere il “senno” e l’immedesimarmi in personaggi o autori dei libri che leggevo. Ero sempre più solo e sempre più confuso.

Il posto di lavoro, con le sue dinamiche interpersonali e la conflittualità mal gestita da me e dai miei superiori non mi aiutava certo, né mi aiutavano i colleghi che mi deridevano, vedendomi colpito da panico o imbranato. Passai tre anni così. Tre lunghi anni cercando il bandolo della matassa, aspettando il giorno in cui avrei dormito, provando psicofarmaci sempre più potenti, sedute di psichiatria, solitudine e grande sofferenza.

Robert and shana Parkeharrison
Robert and shana Parkeharrison
Nel 2005 ci fu un’ulteriore evoluzione della malattia, compulsione sessuale,
attacchi d’ansia, insonnia, iperattività, perdita della cognizione del sé. In quel periodo frequentavo una ragazza,  ma fu un rapporto davvero breve e difficile, sia per la distanza geografica fra di noi, sia perché io non stavo bene. A causa della compulsione sessuale accumulai oltre 5000 euro di debiti sulle carte di credito, soldi dati a prostitute per le loro prestazioni. senza ricordare o rendermi conto di dove e cosa stessi facendo mentre facevo o tentavo di fare sesso, se non dopo averlo fatto, pensando a prendere un platano per farla finita. Ero convinto di essere Sun Tzu, di poter spendere quanti soldi volessi senza poi doverli ripagare, di essere fortissimo, ero sempre su di giri. Le parole uscivano di bocca a raffica, le idee erano grandi, e io mi sentivo alto e imponente, questo spaventava e affascinava chi mi circondava. Allontanava amici, e avvicinava persone nuove. A gennaio persi il lavoro, dopo 5 mesi di malattia fui costretto a licenziarmi. Eppure questa scelta fu facilitata dal fatto che già avevo un nuovo lavoro.

Era il 2006, e stavo ancora male, un po’ mi ero ripreso, ma ero senza forze, ero stremato da anni senza dormire e da una lotta intrapresa contro troppi mulini a vento. Caddi in una fase depressiva ancora più forte, e questa mi portò a non andare al lavoro sempre più spesso, e mi fece rinunciare a guidare per lunghi tragitti per anni, fino al 2010. Dovetti stare a casa un weekend, due weekend, una settimana, un mese intero, dall’agosto del 2008 al dicembre 2008… tre anni, la malattia mi provocò grandi disagi e la perdita anche di un’occasione per cambiare lavoro, anche se l’ingresso in cassa integrazione mi salvò la vita e il reddito.

Era diversa dalle due crisi del 2002 e del 2005, ora io ero fermo, il cervello si bloccava, dormivo in piedi, gli occhi mi si chiudevano in continuazione, cadevo in uno stato di quasi catatonia. Sangue, vedevo sangue ovunque, mi vedevo mentre mi buttavo giù da dei tubi, o sotto una ruspa, mi tagliavo le vene, e tutto era così buio. Chiesi di essere ricoverato. Era il giugno 2008 quando decisi di farmi ricoverare.

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marzo 1

Il Cammino di Alessandro: “La scrittura come rifugio”

solitudine

stef2bNon ricordo bene quando fosse, non ricordo l’anno, ma ricordo che era estate, forse del 2001, e stavo leggendo un libro: “Filosofia per tutti” de “Il Saggiatore.”, e mentre leggevo questo libro alzai la testa e fiero di me dissi a mia madre: “Diventerò uno scrittore”. Il suo sguardo fu compassionevole, sembrava dirmi: “Sogni ad occhi aperti non ne hai le capacità”. Fu la mia prima grande delusione in questo percorso che mi vedeva impegnato a cercare me stesso attraverso alla parola, fatto anche di persone a cui tenevo che mi irridevano e non mi consideravano come un potenziale poeta.
Quello stesso giorno decisi di gettare nell’immondizia tutti i fogli stampati fino a quel momento con le mie ottantasette prime poesie scritte in quegli anni. Le buttai nel bidone dell’immondizia, perché così lei le avrebbe trovate, perché così avrebbe capito…

Più tardi scesi in cucina e la trovai seduta intenta a leggere i mie scritti,  si girò verso di me e mi chiese se fossero opera mia. Non disse molto, ma si capiva che era sorpresa e emozionata.  Erano poesie fatte di sofferenza, che raccontavano la mia voglia di morire e la mia depressione, l’isolamento in cui ero, e la disperazione di un giovane uomo che non sapeva come uscire dal buio.

Fu così che lei parlò di me e delle mie poesie alla sua ginecologa, che è anche psicologa,  e decise di incoraggiarmi nel pubblicarle. Gocce d'acquaIn quel periodo passavo chiuso in casa per la maggior parte della mia giornata, e non avrei mai saputo come procedere per realizzare questo progetto. Era terribile non saper vivere. Fu così che trovai dopo una ricerca in internet una piccola casa Editrice: Edizione Progetto cultura , che pubblicò questa mia prima raccolta che decisi di intitolare: “Gocce d’acqua in un mare di petrolio”. Un piccolo volume che io avevo ideato senza troppe pretese, e di cui mi vergognavo. Mi vergognavo di ammettere la mia disperazione, di chiedere aiuto, pur essendo in cura presso uno psicoterapeuta da anni ormai. E da quel giorno che gettai i miei scritti erano passati ormai quattro anni.

Grazie ad Antonella, la dottoressa di mia mamma, conobbi Tiziana,  sua sorella e poetessa veneziana, e poi Giorgia, poetessa di Mestre, che mi fecero entrare in due gruppi distinti di poeti, separati dal Ponte della Libertà, e dalla mentalità di due entità culturali diverse. La vita è fatta di incontri, di persone che entrano ed escono dalla nostra vita.

Quell’anno in cui pubblicai la mia prima raccolta ebbi la mia seconda grande crisi dovuta al disturbo bipolare. Soffrivo di  attacchi d’ansia, non riuscivo a alzarmi dal letto, poi d’un tratto l’umore virava e arrivava l’euforia. Questi continui cambi d’umore erano un incubo.  Fu un anno difficile il 2005. D’estate morì mio cugino Mariano, mentre d’autunno mio padre cominciò a avere problemi di cuore, anche mio fratello non se la passava bene, e mia madre da sola dovette sobbarcarsi tre problemi davvero gravi, una famiglia che sembrava distruggersi. E nessuno a cui appoggiarsi.

Era l’ottobre 2005, quando, durante una lunga assenza dal lavoro causata della mia ennesima crisi, iniziai a scrivere il mio secondo libro. Fu una breve biografia. In realtà non avevo nessuna voglia di scrivere un libro, ma in quel momento non pensavo a null’altro se non gettare sul foglio, word, ogni mio piccolo sentimento, senza badare troppo ai crismi richiesti per pubblicare un libro, avevo solo la necessità di esorcizzare la mia sofferenza.
Mentre scrivevo d’impulso questa mia biografia, che avrei concluso in neppure una decina di giorni, realizzavo nuove poesie. Un nuovo stile, una nuova prospettiva verso la vita.

Il 2005 lo conclusi chiuso in casa… e dopo mesi di malattia fui costretto a licenziarmi. Deriso dal datore di lavoro. E abbandonato dai colleghi. Solo tre mi restarono amici.

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