In una sera di novembre

404450_506501762735805_155391486_nOttobre 2005, dopo una grave crisi depressiva Alessandro sente la necessità di raccontare tutta la sofferenza accumulata in quei tristi 15 ultimi anni di vita che l’hanno visto allontanarsi sempre più spesso dal “mondo reale” trovando rifugio in una vita parallela fatta di emozioni “virtuali” trovate in internet, amori mancati, e psicosi sempre più forti. Ricomincia a scrivere, e getta su carta tutte le sue angosce sotto forma di liriche, mentre scrive al computer una breve ed intensa biografia, “Abbiate fede…il domani sarà meraviglioso”. In una settimana finisce questo breve racconto di circa 137 pagine, e, sempre in quel periodo, compone circa 90 poesie che andranno a formare la raccolta “In una sera di novembre”.

La raccolta prende il suo titolo dalla poesia omonima, che, racconta l’autore, gli fu ispirata durante una passeggiava nel Parco della Bissuola, sito in Mestre. “Mi fermai di fronte un viale, il marciapiede era circondato da alberi colorati d’autunno,” racconta Alessandro, “e per un istante rimasi fermo nel tempo ad ammirare quello spettacolo di colori e di emozioni. Una folata di vento mi riportò alla realtà, dandomi una sensazione di vuoto e ferendo la mia anima, così rilassata ed emozionata da tanta bellezza”

E queste sensazioni si ritrovano nella poesia: “Le foglie sembrano | un fuoco, il cui colore | mi ricorda Van Gogh.”; paesaggi così colorati e così meravigliosamente vivi che il grande pittore sapeva render tristi e malinconici grazie alla sua flebile psiche e al suo grande talento. E ancora “Non c’è alcun rumore, | e gli alberi sembrano | unirsi all’orizzonte.”; l’estasi che prova ogni anima dotata di sensibilità di fronte a tanta bellezza blocca ogni contatto con il mondo esterno e lo lascia rifugiare nel suo microcosmo fatto di emozioni pure e violente… “Veloce s’alza la folata, | le foglie si staccano | dagli alberi inermi. ” e l’anima ne resta ferita: “Ed io ne rimango travolto.” …talmente violente da far risultare il ritorno al mondo reale un incubo pauroso.

La “staticità dello scrivere” impedisce all’autore il “moto del vivere”?

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All’interno di questa raccolta Alessandro sembra volersi porre anche un quesito: lo scrivere è antagonista al vivere? Sembra quasi che il comporre opere poetiche sia fonte di frustrazioni e non di piacevoli momenti di vita da condividere con il lettore. La “staticità dello scrivere” impedisce all’autore il “moto del vivere”. Una prima risposta la possiamo trovare nella poesia “Smettere di scrivere”, e in particolare nei primi tre versi: “Vorrei smettere di scrivere | per cominciare a vivere | una vita reale.”. Sembra forte questo desiderio di interrompere questa sua dolorosa attività, che lo porta in una realtà alternativa a quella vissuta dai suoi coetanei. Ma ripercorrendo il libro possiamo trovare una domanda posta all’interno di una poesia : “Da dove questa ispirazione?” si chiede nella sua lirica “L’ispirazione del poeta” e qui risponde implicitamente anche alla domanda: “potrei smettere di scrivere? E allora a domanda l’autore risponde: “Prova a bucare un cuore | con uno spillo appuntito. / Prova a fermare il sangue |con uno straccio bagnato. | Non puoi! / Come io non posso smettere di scrivere!” Il sangue è vita, e la vita è scrivere, per cui Alessandro non può smettere di sanguinare parole attraverso l’arte della poesia…

Qual è il senso della vita?

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Il senso della vita resta una costante anche in questa raccolta, ma non è più visto con gli occhi di un uomo depresso che rincorre più la morte che il vivere, come nella precedente raccolta: “Gocce d’acqua in un mare di petrolio”, ma viene proiettato in una visione più agnostica, quasi atea della vita. Così una vita può essere piena di esperienze, di emozioni, di motivi per esser vissuta, ma priva di “un poi”. Così appare nella poesia “Il fiume” in cui l’autore vede in un fiume metafora della vita. Ma è un fiume atipico che nasce in pianura, “Nascere alla base di un monte”; e che cresce scalando la montagna, metafora delle difficoltà della vita: “Crescere mentre si sale, | nutrirsi di esperienze e sofferenze. / Aumentare la capacità di reagire | a ostacoli non previsti.”; una vita costretta ad adattarsi ai sentieri che le vengono imposti, come fa il fiume che scava la terra se non può attraversare la roccia. “Spostarsi dal proprio letto, | adattarsi a dove ci è concesso scorrere.” In fin dei conti la vita va vissuta comunque, e il poeta sa anche essere fatalista e accogliere le sue pause e le sue brutture. Un fiume che cresce, una vita che si “riempie di vita”, ma che, una volta scalata la montagna, una volta in cima a quell’arduo percorso che è la vita, non trova un mare, paradiso, ad accoglierlo: “E una volta in cima al monte, ritrovarsi pieni di esperienze e d’amore. Ma con nessun mare in cui poter sfociare.” E qui si percepisce il senso della vita per l’autore: arricchirsi di esperienze, conosce persone, amare, vivere ciò che ci è concesso vivere. Perché poi non v’è nulla…

Conoscere il cuore delle donne che soffrono

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Da non scordare la capacità dell’autore di immedesimarsi nell’altro sesso. Con la poesia “Rinascere donna” sembra conoscere le emozioni dell’altra metà del cielo, elencando in versi delicati ma forti tutto ciò che una donna deve subire dal partner, ma finendo con una strofa ad effetto: “Se rinascessi donna, | non ricorderei d’essere stata uomo, | per cui non saprei cosa prova lui per me, | e spererei di rinascere uomo.”; ricorda che anche l’uomo è portatore di emozioni e che queste sono sconosciute alla donna in cui si “reincarnerà”. Di grande phatos la poesia “Lo stupro” in cui l’uomo che scrive si immedesima in una donna violata, e la metafora che sceglie l’autore è quella di una fortezza assediata, e di barbari invasori che trafiggono la carne del popolo inerme. “L’ispirazione proviene dalla lettura di un libro di storia che tratta l’Assedio di Costantinopoli durante la IV Crociata, e dal racconto atroce di un’amica che venne a sua volta violata.” La poesia ha una fine tragica: lei perderà la capacità e la volontà di amare. “Ed io, in un momento, | dimentico il tuo caldo corpo: | per sempre.”

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